Una visione d’insieme

Standard

campo 2

L’approccio interdipendente (globale, olistico, del tutto) è un punto di vista che si sta sempre più facendo largo nella cultura occidentale in questi anni. Bateson, Prigogine, la terapia sistemica e la cibernetica, ma anche la globalizzazione dell’economia e dell’ecologia, stanno portandoci sempre più a ragionare senza prescindere dal contesto, a guardare i fenomeni come inseriti in un insieme vitale, che li modifica e li informa.

Il modello dominante nell’educazione, nella scienza, nella medicina, nell’economia è però ancora quello riduzionista e l’approccio universitario è ancora quello dell’ (iper) specializzazione: assistiamo al trionfo del dettaglio e dell’approfondimento (la parola stessa evoca un tragitto lineare, verso il basso, invece che un’apertura dello sguardo verso il contesto per comprendere compiutamente) e ci manca lo sguardo complessivo. Abbiamo ad esempio un’economia globalizzata, ma il cui controllo non è diffuso, è anzi sempre più concentrato: basti pensare che i famosi ‘derivati’ che hanno messo in ginocchio il mondo (e di cui ancora paghiamo lo scotto pesantemente) sono stati elaborati in war room da super economisti e finanzieri lontanissimi dal controllo collettivo e sono stati sviluppati in modo tale da non essere comprensibili quasi nemmeno ai docenti universitari; non è questa la globalizzazione di cui abbiamo bisogno, non è questo che permette una crescita armonica e interdipendente.

Esistono delle precise ragioni storiche e culturali che possono guidarci nel comprendere il trionfo della specializzazione che stiamo osservando. In primo luogo il racconto che facciamo della storia della civiltà vede il ’sorgere’ della scienza in Grecia: in effetti, il contributo straordinario offerto dalla civiltà greca è stato proprio quello di affrancare la scienza dall’abbraccio totalizzante della religione e nell’istituire ogni scienza con un suo statuto autonomo; questo processo è largamente visibile in Aristotele, che ha istituito e definito le diverse scienze, organizzandole e distinguendole, ma anche in Euclide, che ha fatto lo stesso operativamente e teoricamente con la geometria, o ancora in Ippocrate, con la medicina.

Questo approccio era profondamente differente nelle grandi civiltà precedenti: in Egitto, a Babilonia, in India, in Cina, la scienza si è sviluppata in modo impetuoso, ma in modo per noi difficile da comprendere, in quanto la scienza e le arti si sono sviluppate in modo connesso con la visione globale del mondo; il leggendario Imhotep, architetto della Grande Piramide, era anche sacerdote e medico, e consideriamo che pochi architetti, oggi, saprebbero realizzare un edificio così perfetto come la Grande Piramide con le tecnologie e la scienza del 2000 a disposizione.

Questa connessione profonda e vitale dei saperi e dell’espressione dell’uomo ha portato, certamente, anche a delle ‘invasioni di campo’ oscurantiste, per cui come si fa a non essere al fianco di Ippocrate che libera l’epilessia dal contesto religioso e dalla barbarie del pregiudizio, per osservarla ‘in sé’? Ma siamo sicuri, oggi, che non ci sia in realtà un rapporto fra una manifestazione come l’epilessia e l’atteggiamento spirituale del malato? Io non lo so, non ho una personale opinione in proposito, ma non mi sorprenderebbe se si trovasse un legame fra un comportamento incosciente che ti fa dimenare e perdere il lume della ragione, e qualcosa di molto profondo, sacro.

In sintesi l’approccio greco classico ha effettivamente istituito le scienze (e le arti e le discipline dell’agire umano) così come noi le conosciamo, e possiamo quindi giustamente salutare qui la nascita del sapere occidentale, ma  questa separazione ha anche strutturalmente perduto le connessioni fra i diversi saperi: da segnalare che altri grandi Greci hanno invece tentato la sintesi delle diverse scienze, primo fra tutti Platone, moto più vicino ai saperi del Tempio e effettivamente, uno dei modi di leggere la storia della filosofia occidentale è nel guardare la dialettica antinomica fra i seguaci di Aristotele e quelli di Platone nel corso dei secoli; la nostra cultura non è mai stata monolitica, il ’dibattito’ fra le visioni è sempre andato avanti.

Soprattutto un tema importante nella nostra civiltà è stata la dialettica con la Chiesa, che proponeva un sistema chiuso di conoscenze e di verità, tali da non poter essere messe in discussione dai singoli (scienziati o pensatori che fossero). Anche in questo caso la visione interdipendente era, per lo più, una visione non armonica, non definita dall’insieme vitale delle sue parti, ma gerarchicamente e, letteralmente, dogmaticamente incastonata in una verità statica e rivelata ab aeterno. Un momento centrale e fondante la nostra visione scientifica e antropologica è stato nel Seicento nel dibattito fra una visione sì globale, ma anche asservente, quale quella della Chiesa Cattolica, e la sorgente consapevolezza scientifica, che nuovamente desiderava separarsi dal contesto di conoscenze cosmologiche e teologiche generali per istituire il suo piccolo, autonomo, territorio libero (ad esempio con l’istituzione della Royal Society e con i lavori di Galileo). In particolare accenniamo alla posizione, molto influente nei secoli successivi, di Descartes che per uscire dall’impasse e dallo scontro ha proposto alla filosofia ed alla scienza il territorio e l’autonomia sulla res extensa, mentre alla Chiesa l’autorità completa sulla res cogitans: e così è stato nei secoli successivi fino a noi, delimitando la scienza nei confini della materia (fino a quando con la fisica quantistica, proprio approfondendo la materia a livello subatomico, la ha trascesa) e la spiritualità nel rigido stampo del Credo Cattolico, che presenta in modo immutato da secoli le stesse risposte alle stesse domande.

La visione di molti intellettuali umanisti e rinascimentali era invece molto più ampia (ad esempio nel cenacolo di Marsilio Ficino alla corte dei Medici) ma  ancora nel Seicento il confinamento nella sola materia era più che altro una posizione ‘politica’ per non incorrere nella repressione dell’Inquisizione (Keplero era un famoso astrologo, Galileo realizzava oroscopi per sé e a pagamento) ma poi, progressivamente, il fossato è stato fatto e riempito d’acqua: ciò che è scientifico non è ‘spirituale’ e ciò che è spirituale non è scientifico.

Continuamente l’importanza dell’interconnessione è continuata a riemergere nella visione dei grandi pensatori (Newton ad esempio aveva una poderosa biblioteca di testi alchemici) ma il pattern concettuale oggi predominante è andato via via solidificandosi: attraverso la cultura dei Lumi, che ha visto coincidere l’affrancarsi della scienza e della verità dalla Chiesa e dall’ancien régime; l’Ottocento, che ha in parte reagito (con i romantici) ma sostanzialmente proseguito (con i positivisti e l’erompere degli scienziati e dei tecnologi moderni) il percorso iniziato; infine con la cultura del Novecento in cui è giunto al culmine.

Oggi, come dicevamo, si sente da più parti il bisogno di un sapere più organico e meno parcellizzato e molti coraggiosi pensatori stanno aprendo la strada: ormai la scienza è giunta, proprio grazie al suo rapido e impetuoso sviluppo, a interrogarsi sulle sue stesse seicentesche premesse: è davvero possibile separare res cogitans da res extensa ?

La meccanica quantistica ha ormai sperimentalmente dimostrato che non è possibile, nei celebri esperimenti sulle interferenze dell’osservatore nella natura corpuscolare e ondulatoria dei fotoni, dove la natura corpuscolare (e quindi materiale) dei fotoni ha luogo solo in presenza di un’osservazione sufficientemente precisa; Bruce Lipton ha mostrato nella biologia come siano proprio le credenze e la visione del mondo ad influire potentemente nei meccanismi vitali della cellula, e Glen Rein dimostrato con ulteriori esperimenti l’influenza dell’intenzione sul DNA; Peter Gariaev è riuscito a dimostrare la presenza di una struttura energetica del DNA (autonoma per 40 giorni dalla materia), a trasmettere il DNA a distanza, a ‘scriverlo’ come un libro con l’aiuto di linguisti; Rupert Sheldrake ha identificato la presenza intorno agli esseri viventi di campi morfogenetici che permettono il passaggio di informazione in individui diversi di una stessa specie;  Fritz Albert Popp è riuscito a misurare i biofotoni che vengono emessi dal corpo umano  e Mae Wan Ho a rilevare l’arcobaleno che avvolge gli esseri viventi, dono della coerenza quantistica.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...